Festival Di Sanremo 2011: ecco le pagelle dei brani della prima serata

Se la prima serata del 61esimo Festival Di Sanremo, in termini di ascolti, si può definire un grande successo – quasi 12 milioni di telespettatori – lo stesso non si può dire per i brani dei 14 artisti che sono stati presentati ieri sera.

Abbiamo raccolto i voti dati dai critici musicali di alcuni dei principali quotidiani italiani – Mariella Venegoni de La Stampa, Mario Luzzatto Fegiz del Corriere Della Sera, Andrea Conti del TgCom e il blogger Davide Maggio – e il risultato, lo potete vedere da soli dopo il salto, non è dei più entusiasmanti.

Se tutti si sono trovati d’accordo sul massacrare Anna Tatangelo e il suo brano, sul fronte Anna Oxa i giudizi sono stati piuttosto vari. Le due, eliminate, potranno comunque essere ripescate nella serata di giovedì.

GIUSY FERRERI, “Il mare immenso”
Venegoni: 5. Spiace che un autore sensibile come Bungaro si sia intruppato in una canzone in puro stile talent-show (vedi Nathalie), che parte simpaticamente, ma si arrampica poi sulle salitine dentate del rock, dove Giusy riconferma di non aver imparato a usare la voce.
Luzzatto Fegiz: 5. Seconda a «X Factor» 2008, appare in forma e sicura di sé, perfettamente a suo agio in un assordante accompagnamento rock. Lo stile nasal-biascicante la rende riconoscibile e divide nettamente il pubblico fra chi la ama e chi la odia. Il brano (non eccelso) ha una esile trama su una coppia in crisi.
Conti: 8. Pensavate che dopo l’album di cover (discutibile) “Fotografie” fosse scomparsa? Vi sbagliate. Giusy Ferreri è tornata più libera e sempre più rock con un brano-sintesi del suo passato e del suo presente. Chitarre rock spiazzanti all’inizio per poi addolcirsi nelle strofe con un beat incalzante. Bella sorpresa.
Maggio: 7. Bungaro conferma la sua grande capacità lirica. Una serie di belle immagini dominano la scena della canzone: un cuore fuorilegge che spara colpi di dolore, la passione d’amore associata al tormento delle viscere che sanguinano passione. E’ la prova del nove per la Ferreri: la canterà da artista o da cassiera?

LUCA BARBAROSSA e RAQUEL DEL ROSARIO, “Fino in fondo”
Venegoni: 4. Il pop lieve lieve rischia di diventare trasparente, con le sue banalità che si appiccicano subito in testa e non sembrano nemmeno farina di Barbarossa. E’ un po’ triste che l’elemento di interesse sia la signora Alonso, moglie del pilota e cantante professionale.
Luzzatto Fegiz: 6. Siamo davvero lontani dalle sfumature delicate di «Portami a ballare», che portò Barbarossa alla vittoria nel 1992. Un amplesso romantico con duetto gridato nella miglior tradizione festivaliera (tipo Oxa-Leali, Mietta-Minghi). Raquel è davvero brava. Ma l’accoppiata appare improbabile e un tantino forzata”.
Conti: 6. Il solito duetto di Sanremo, incroci di sguardi, di voci fino all’apoteosi finale. Brano furbo e dal sound accattivante con un beat che incalza strofa per strofa. Il ritornello rimane in testa come un’ ossessione “giù giù giù nel mare su su su nel sole”. Sanremo e amore.
Maggio: 4. Sembra una riedizione delle metafore di Carone per Scanu. Anziché esserci però tutti i luoghi e tutti i laghi troviamo su su nel cielo, giù giù nel mare per esprimere questo folle amore. Quello che più pesa sulla canzone è il fatto che si riduca a una breve strofa e un brevissimo ritornello che si ripetono sempre uguali.


ROBERTO VECCHIONI, “Chiamami ancora amore”
Venegoni: 9. Un’accorata, classica ballad, impeccabile nel suo più puro stile vecchioniano. Un testo inimmaginabile qui a Sanremo. Una dedica al potere salvifico della musica attraverso i contenuti, in un Paese dove si fatica a scrivere, declamare, leggere, e rispettare.
Luzzatto Fegiz: 10. È una canzone adatta al Festival, ma anche in perfetto stile Vecchioni doc. La lunga notte dell’Italia è cantata con una misura e un equilibrio commoventi, e fotografa lo sconcerto della gente comune. Ma offre anche bagliori di speranza. Una delle più belle canzoni del nuovo millennio.
Conti: 10. Il pianoforte fa da apripista a un crescendo dell’orchestra che rapisce, stordisce e sconvolge. Si aprono gli archi le batterie e c’è la venatura rock che accarezza l’arrangiamento. Uno dei migliori pezzi del cantautore, forse il migliore del Festival. Stupefacente.


ANNA TATANGELO, “Bastardo”
Venegoni: 5. Un volto d’angelo, una voce volonterosa al servizio di una storiaccia di sentimenti truculenti. Che parte nientemeno che con Amarsi un po’ di Battisti, ingloba strada facendo i Verve di Better Sweet Symphony, e si ispira a Bugiardo e incosciente.
Luzzatto Fegiz: 5,5. È una sorta di invettiva che si adatta al nuovo look aggressivo della discussa giurata di «X Factor». Lady Tata tende a strappare negli acuti, spesso rinforzata dalla voce della brava corista Daniela Loi. È un brano incisivo, ma che comunque si muove nell’ambito del birignao sanremese classico. Eliminata.
Conti: 5. Svolta rock per una delle cantanti neomelodiche e romantiche di sempre. La cantante, che firma il pezzo del brano insieme al compagno Gigi D’Alessio, interpreta in maniera convincente la storia di una donna tradita e trattata male dagli uomini. Ma non è sufficiente a far decollare la canzone. Femminista rock.


LA CRUS, “Io confesso”
Venegoni: 8. Crus o non Crus, Giovanardi affronta con vocalità irresistibile una notevole partitura vintage ispirata ai primi ’60, con guizzi di modernità e un testo un po’ provocatorio; è un esercizio di stile, con la presenza del soprano di Morricone Susanna Rigacci.
Luzzatto Fegiz: 8. La voce muta di Susanna Rigacci conferisce un sapore-Morricone e contribuisce a rendere la canzone del duo Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti in qualche modo unica. Giovanardi in particolare ha una grande capacità teatrale. Il clima è molto retrò. Il brano ha una forte identità e una grande classe.
Conti: 6. Gli archi all’inizio e la soprano che ha partecipato a molti concerti di Morricone alla fine fanno di questa canzone un chiaro esempio di eleganza musicale. L’inciso di chitarre rock assieme agli archi, conferiscono al brano l’aria da melodramma. Per intenditori.
Maggio: 6. Classico tema dell’uomo innamorato e pentito ma con la variante di una dimensione atea e disillusa. La voglia di amare e la consapevolezza delle debolezze. Non credo nel peccato, amor e mio perché non credo in Dio. Petrarchismo per una volta maledetto. Essenziale ma ben costruito, soprattutto per la scelta del verso libero.


MAX PEZZALI, “Il mio secondo tempo”
Venegoni: 7. La rinascita artistica e umana, una riflessione sui 40 anni («ho superato la metà del mio viaggio e mi devo sbrigare»), in un pezzo gioviale di puro pop pezzalesco con vaghi accenti country, cantabile e condito di una ritmica infernale.
Luzzatto Fegiz: 6. Riproposta dello stile 883, ma con contenuti davvero più seri. Il tono narrante è scanzonato, ma la maturità si sente. Cambiano le priorità, soprattutto quando uno diventa padre. Si butta via quel che fa male, o è inutile. Pulizia totale. Un precisione esecutiva da robot, ai limiti della freddezza.
Conti: 5. Pezzali è così o lo si ama o lo si odia. O si spegne la radio dopo dieci secondi o si continua imperterriti ad ascoltare muovendo il piede a tempo e memorizzando il ritornello. E’ stata la forza del suo successo. Così anche questa canzone electro-pop con un inciso incalzante che rimane in testa al primo ascolto. Tormentone.


DAVIDE VAN DE SFROOS, “Yanez”
Venegoni: 7. Ci piace l’inglese? E becchiamoci anche il laghée, dialetto comasco che narra le imprese del Sandokan locale invecchiato, a Cesenatico col suo riporto. Fra Messico e lambada, trombe e fisarmoniche e combat-folk, è una via espressiva del nostro Nord.
Luzzatto Fegiz: 8. L’idea di base del brano è spiritosa e intelligente: gli eroi salgariani si abbandonano alla pigrizia e ai piccoli vizi sull’Adriatico, e tutta la loro carica avventurosa e romantica si scioglie fra sale giochi, biciclette, aperitivi, infradito e riporti. Allegro e ironico. Ma il dialetto comasco forse non aiuta.
Conti: 6. Schitarrate acustiche, sound inaspettatamente mediterranei. Stile che ricorda certa produzione di Jarabe de Paolo per un brano cantando in dialetto laghèe, ossia il dialetto delle rive del lago di Como. Allegro.


ANNA OXA, “La mia anima d’uomo”
Venegoni: 5. Ognuno perso dentro i fatti suoi: l’orchestra impegnata in un notevole lavoro sperimentale; e l’interprete sbandata in una vocalità esasperata che annega qualunque piacevolezza, nel canto di ricerca che cita il dito medio alla Santanché.
Luzzatto Fegiz: 7,5. Spesso accade che la Oxa dal vivo non riesca a esprimere con precisione quel che la canzone richiede. Brano bellissimo, ma che dal vivo si rivela arduo per i suoi registri e la costringe a strappare con uno sgradevole effetto squarciagola. Clima comunque originale, moderno, imprevedibile. Eliminata.
Conti: 6. La voce c’è ed è straordinaria, oggi più di ieri. Un brano però difficile da capire. E’ rock ma non si capisce bene dove voglia andare. Il messaggio è positivo e per tutti i ragazzi che devono farcela nella vita. Un bel ritorno, ma da Anna Oxa ci si aspettava di più.


TRICARICO, “3 colori”
Venegoni: 9. Saranno i 150 anni, sarà la continua sorpresa suscitata da questa filastrocca infantile e rarefatta che evoca la nostra storia, ieri e oggi, con uno spruzzo di pacifismo e di Risorgimento. Il rischio è l’instabilità vocale di Tricarico, ma tant’è: una delizia.
Luzzatto Fegiz: 9. Un piccolo gioiello che rilegge in modo speciale e cesellato le battaglie del nostro Risorgimento. Tutto è rarefatto, silenzioso, irreale, nebbioso, e il confine fra soldatini di latta e soldati umani molto sfumato. La melodia si richiama ai canti alpini della Prima guerra mondiale come «Il ponte di Perati». Senza enfasi.
Conti: 5. Piano piano, una cantilena e c’è anche la filastrocca. Il fagotto, il basso e pure il vibrafono. E non mancano gli archi dell’Orchestra. Il tema tra guerra e riflessione. Ma è Tricarico? E’ la domanda che sorge al termine dell’ascolto. Ma soprattutto cosa rimane dopo l’ascolto? PS. L’album dell’artista “Imbarazzo” contiene canzoni molto più belle, ed è un bell’album.


EMMA MARRONE e i MODA’, “Arriverà”
Venegoni: 6. La joint-venture radio-tv dell’accoppiata, produce un surrogato di Negramaro con Elisa. I toni viscerali e un po’ kitsch di Kekko rappresentano bene il nostro tempo italiano, fra appiccicosa melodia strappacuore e irrompere di chitarre rock d’epoca.
Luzzatto Fegiz: 8. Testa a testa fra due generi musicali, quello di Vecchioni e quello dei Modà con Emma. Il duetto fra Emma e il cantante Kekko è assolutamente travolgente, la scrittura furba, i giochi armonici azzeccatissimi. Emma appare decisamente «miracolata» da questa collaborazione con i Modà. Brano davvero efficace.
Conti: 10. Giovani, irruenti, romantici ma anche vibranti. Rock duro e coinvolgente per uno dei brani più movimentati del Festival. Nonostante il ‘vestito’ si parla di amori ed ex amori. Emma Marrone perfetta nella sua parte che completa ed integra la carica dei Modà. Ma per favore, basta parlare di loro come i vincitori annunciati! Da cantare a squarciagola.
Maggio: 5,5. Non ci aspettavamo sicuramente il testo dal secolo da un gruppo che riesce a graffiare più con la musica che con le parole. Bella l’idea della trasfigurazione paesaggistica dell’amore, un classico nella storia della poesia moderna. Ci voleva però un piccolo sforzo in più per evocare qualche immagine liricamente meno logora.


LUCA MADONIA con FRANCO BATTIATO, “L’alieno”
Venegoni: 8. La ballata dell’estraneità a questo nostro presente. Una stornellata eccentrica di un emergente fuori tempo, che il cameo finale di Battiato (e il di lui arrangiamento) trasformano in un sofisticato, surreale volo sopra le miserie umane.
Luzzatto Fegiz: 5,5. Non è carino partecipare al Festival con uno zaino di riserve mentali. Ma è quel che fa Franco Battiato che si risparmia cantando una frazione finale della canzone del suo amico Madonia, con l’aria di chi è capitato qui per caso. Madonia è un bravo musicista, ma non troppo carismatico come cantante.
Conti: 5. Pop-rock che si ricollega alla produzione ultima della band dove Madonia militava, ossia i Denovo. Ma c’è quel tocco di magia finale di Franco Battiato che scalda il cuore. E quindi?
Maggio: 6. Il nome di Battiato faceva ben sperare, nonostante il celebre cantautore abbia precisato di essere un semplice corista per l’amico Madonia. Bella l’idea della maschera nuda pirandelliana, della scissione tra vivere e vedersi vivere ma il testo poteva e doveva osare di più. L’immagine dell’alieno per quanto efficace non riesce ad essere poeticamente significativa.


PATTY PRAVO, “Il vento e le rose”
Venegoni: 6. Squassato da un’inattesa scampanellata alla porta di casa, il vento erotico della canzone si porta dietro pensieri pesanti sul futuro. Patty li cavalca con la storica distrazione, ben attenta a non farsi sporcare il vestito da un sentimento qualunque.
Luzzatto Fegiz: 5,5. La scena: una pigra domenica mattina, due corpi uniti nel letto. Bussano. Chi è lo scocciatore che disturba l’intimità degli amanti cullati dal sottofondo della tv? Come un film al rallentatore il senso di una relazione. Bel brano, ma grandi problemi di canto dal vivo per Patty. Per questo il voto è basso.
Conti: 7. La canzone è arrangiata bene, c’è la solita sfumatura rock, la storia ammalia con due amanti che fanno sesso e vengono disturbati. Patty Pravo torna a convincere dopo l’exploit di “E dimmi che non vuoi morire”. La cantante ha dichiarato di non essere mai stata del tutto convinta della canzone. Eppure riesce a farla sua. Sensuale.


NATHALIE, “Vivo sospesa”
Venegoni: 5. Non lasciarsi ingannare dalle prime piacevoli note di una sorta di diario, pianoforte e voce, della cantautrice, vincitrice di X-Factor. Il modulo (vedi Ferreri), prevede che la delicatezza si trasformi in salita ardita, dove la fanciulla arranca con fatica.
Luzzatto Fegiz: 4. Viene da «X Factor», nel brano offre una vocina esile non troppo riconoscibile. Siede al pianoforte, canta delineando atmosfere stralunate con un crescendo fine a se stesso, ma non succede niente di speciale. La canzone è inutile, confusa e noiosetta. Insomma: non lascia traccia. Ha fatto di meglio.
Conti: 6. Inizio sottovoce per poi esplodere in un pop arioso e per nulla scontato. Lieve e leggera senza essere incisiva fino in fondo ma con una capacità vocale notevole. La vincitrice di X Factor se la gioca tutta, fino in fondo per il suo primo Sanremo. Ma rimane un dubbio: sarà indelebile? Elegante.
Maggio: 5. Anche per lei non è il testo a dover fare la parte del leone sul palcoscenico. Il repertorio dei riferimenti è un po’ striminzito. L’unica trovata veramente felice è il verso in cui i sogni vengono immaginati come forme che resistono al tempo e alle tempeste di vento.


AL BANO, “Amanda è libera”
Venegoni: 6. Notiziona, il decano esce dal solito seminato per una ballata (per giunta a sfondo sociale) sulla vera storia dell’assassinio di una nigeriana sfruttata. C’è perfino l’inserto etnico in una melodia gradevole, che si chiude con l’usato, irresistibile, acutissimo.
Luzzatto Fegiz: 7,5. Dal vivo Albano è una macchina da guerra. Senza cedimenti, senza sbavature. Stavolta è in bilico fra canzone d’autore e bel canto. Il contenuto drammatico del brano (una nigeriana uccisa) deve fare i conti con un testo alla disperata caccia di eufemismi («Notti di Venere piene d’infamità»).
Conti: 4. La canzone è ispirata all’assassinio di una nigeriana vicino Livorno nel 2008. Sound mediterraneo con echi esotici. Il pezzo più moderno proposto da Al Bano al Festival ma anche il più lontano dall’attuale panorama musicale italiano. Acuto finale come d’obbligo ormai. Demodè.
Maggio: 5. Amanda è libera parte con le migliori intenzioni. Il tema è lo sfruttamento della prostituzione, a partire dal triste fatto di cronaca della morte di Doris Iuta, prostituta nigeriana trovata morta sulla strada vicino a Livorno. Il nobilissimo intento sfuma con la banalizzazione del lessico e delle rime: predominano le rime baciate e l’assonanza si ripete in maniera abbastanza monotona. A parte qualche verso scritto bene per il resto si ha la sensazione di essere in un disegno di bambino delle elementari. Un Povia di maniera, quindi vi lasciamo immaginare.

Siete d’accordo con questi giudizi? Quali sono i vostri voti? Chi avreste eliminato? Chi vorresti che vinca? Fatecelo sapere nei commenti.

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Un pensiero su “Festival Di Sanremo 2011: ecco le pagelle dei brani della prima serata

  1. Conny

    Il Festival di Sanremo 2011 ha avuto successo per delle caratteristiche estetiche di bellezza delle vallette Belen e A. Canalis accompagnate da un presentatore G. Morandi noto per il suo sorriso oltre che le sue canzoni speciali.

    Rispondi

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